Riformazione
Luglio 28, 2009
In primis, son cambiate tante cose.
Dati:
- Entità superiori (Eros, Dio, Facebook, etc…)
- Variabili di vita quotidiana (mancanza di tempo, eccessivo lavoro, etc…)
- Noia
- Saturazione di informazioni
- Dense pause di riflessione auto-critica
Conclusioni:
Ho perso il contatto diretto con questo medium: sarà davvero la crisi che permea questo meraviglioso e emozionante 2009, ma un bloggetto del cazzo come questo, un po’ pretestuoso fin dall’inizio, merita di morire. Proprio così. E come lui, tanti suoi simili che lo hanno preceduto e lo seguiranno. E’ il bello di Internet, bella e munifica vacca grassa pezzata, cosparsa di macchie aleatorie in continuo movimento. Come piccoli nei, che per un’eccessiva esposizione al sole, si riproducono sottopelle, dandosi appuntamento qualche decimetro più in là, i blog crescono e ogni tanto vanno rimossi.
In questi mesi ne sono capitate davvero tante. Troppe cose. Tali da dover essere descritte attraverso mezzi non-convenzionali.
Ve lo spiego con i linguaggi del corpo.
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2009. Riformazione professionale.
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Al prossimo neo.
Lapis
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Irritante, a volte.
Dicembre 24, 2008
Noi, poveri
Dicembre 21, 2008
“Le gioiellerie sono extrapiene, e qualche giorno fa quando mi trovavo a Milano negozi come Prada o Louis Vuitton erano talmente pieni che bisognava fare la fila per pagare, ma io ci sono appena entrata per dare un’occhiata. Anche “i poveri” si sono buttati nella mischia dello shopping, assaltando centri commerciali e negozi più modesti“. http://www.myluxury.it/
Una stolida certezza nel benestante pensiero e un fiero senso di appartenenza alla provincia sono i primi requisiti per scrivere un buon articolo sulla crisi dei consumi, ma risultano altrettanto indispensabili qualora si voglia narrare delle maratone di shopping selvaggio che provocano ogni anno un gran numero di feriti e contusi. Sono giorni faticosi e poco gratificanti, in cui gli italiani si sentono ripetere costantemente che: “Saranno costretti a spendere meno: si parla del 5% in meno per gli alimentari, del 25% per gli addobbi natalizi, del 20% per i regali e del 10% per i giocattoli”. Nonchè: “Per il primo anno anche i consumi alimentari potrebbero subire una contrazione durante le feste di Natale. Questo perche’ i rincari registrati da inizio 2008 hanno di fatto fortemente impoverito le famiglie, che ridurranno all’osso il budget da dedicare al cenone, all’acquisto di addobbi per la casa e regali vari”. E infine che: “I singoli commercianti, se non vogliono vedere le proprie vendite crollare a picco a Natale, sono invitati ad anticipare i saldi almeno al 15 dicembre“. (fonte : codacons). L’indagine lucida e puntuale riporta anche come “l’89% del campione intervistato (circa 1.500 famiglie su tutto il territorio) desideri i saldi di fine stagione già a dicembre“. E nasce spontaneo chiedersi quale disgraziata minoranza abbia mai desiderato il contrario. Forse forse i commercianti.
Vi propongo una breve e semplice interpretazione positiva di questi dati negativi:
-5% di alimentari: concentriamoci per qualche secondo sulla strage di anguille perpetuata nel meridione ogni vigilia, o sullo spreco di tonnellate di canditi al taglio del panettone nordico prontamente scartati da zie indisposte e cugini malmostosi. PRIMA EQUAZIONE -5% di alimentari = -5% di rifiuti umidi, imballaggi e feci.
-25% di addobbi natalizi: che significa rieducare un malcostume e stornare un cattivo gusto fin troppo diffuso. In primis quelle carcasse di babbi natale che vengono appese a stagionare sui balconi per più di un mese, senza alcun riguardo per il decoro pubblico. SECONDA EQUAZIONE -25% di addobbi natalizi = – 25% di inquinamento visivo.
-20% di regali: si tratta forse di evitare il superfluo? No. Il Natale stesso pecca di superflia. Lo sforzo è quello di dimostrarsi creativi e sorprendere il destinatario con un presente estremamente tailored. Concentrare la maggior parte delle proprie energie nella fase di ricerca del dono è direttamente proporzionale al successo, e molto spesso inversamente proporzionale alla spesa. Quei deliziosi biscotti danesi in scatola di latta, le tazze mug natalizie, i portapenne cartonati e i tagliacarte di desaign, nonchè l’immancabile souvenir esotico della Fiera dell’Artigianato: potrebbero essere quello che fa per voi ma anche quello che l’altro non vorrebbe mai ricevere. TERZA EQUAZIONE -20% di regali = -20% di rischio di regali indesiderati.

Esempi di 'tailored presents': una scelta misurata, una spesa oculata, una presentazione accurata.
-10% di giocattoli: qui è semplice. QUARTA EQUAZIONE -10% di giocattoli = +10% di piagnistei e capricci rognosi.
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Un buon Natale.
Desaigners: razza barbara
Dicembre 8, 2008
Un professore anticonformista dall’aura alcolica, con tanti peli bianchi e una splendida dizione, un giorno ci interpellò: ‘Voi, desaigner!’, con quell’appeal tutto italiano che rispetta alla lettera la fonetica inglese | d
-z
n
r |. Ho facilmente intuito che il vegliardo non aveva usato quell’espressione per colpa di una lingua impastata dalla colazione annaffiata di grappa. Quella strorpiatura centrava in pieno un fenomeno che nell’ultimo decennio si è andato consolidando, per assumere le forme attuali.
L’alcolista anonimo che ho apena citato si riferiva alla Desaigner Sworking Mass. Lo zoccolo duro dei suoi allievi. Rappresentazione vivente del marketing impietoso che li ha plasmati per essere tanti e fighi. In una parola: troppi.
Sono 10.000 o forse più i giovani e i non-giovani dediti al DESAIGN nelle sue mille sfumacchiature, con una massa critica che pesa per un buon 20% sul PIL di Palazzo Marino, tra affitti, happy-hours, gadgets & eventi. Si conoscono tutti a gruppi di 300-500 su Facebook (prima, senza cash nella scheda, usavano spago e vasetti di yogurt scimmiottando Munari). Si improvvisano i migliori estimatori della movida, dandosi appuntamento nei posti più TOP (cool è demodé). Professano di essere al top (appunto) nella loro disciplina che profuma di Montenegro e ha la consistenza della Bachelite e del Polyestere. Un popolo independent che dipende dai blog di tendenze come dal portafoglio materno, e che guarda all’estero per rincorrere eventi che spaccano. Tanto estraneo però ai temi progettuali quanto espertissimo nell’orientarsi al buio di rendez-vous privati (o sei in lista o mi fai un pompino, anzi no, perchè non ci piace più) solo in very-very-underground-places. Sono variamente spalmati sul territorio meneghino, nelle periferie creative, ma concentrati il martedì, il mercoledì, il giovedì, il venerdì, il sabato e la domenica sera (tregua il lunedì per dormire 24h) in quelle dimesse roccaforti post-industriali o post-casadiringhiera che un tempo erano il tempio della produttività.
Ma la Sworking Mass sarà la ricetta perfetta per superare la crisi. Ne siamo sicuri.

A1 | Il copricapo: è simbolo del proprio status. Il desaigner si ispira alle manie dei maestri rincorsi al Fuorisalone: vedi Ron Arad Il puntale serve a farsi riconoscere nelle folle oceaniche stipate intorno a baretti qualunque.
A2 | La mascotte: un portafortuna. In questo caso è una stella di poliuretano espanso appuntata con spilli (lo so che vi state chiedendo perchè, ma è DESAIGN).
A3 | Piercing: tentativo di customizzare la pelle. Il trauma induce alla catarsi (una di quelle belle parole di cui riempirsi per bene la bocca).
A4 | Barba: la maschera. Da accarezzare e accudire. Crea forti irritazioni sulla pelle altrui (leggi, pudenda).
A5 | Ossicini/Mostrine: il gusto del macabro e del militaresco. Mostrano la militanza e l’impegno in battaglie per la difesa della sostenibilità ambientale (ogni DESAIGNER, con quello che fuma, produce un complesso mélange di oltre 4000 sostanze chimiche da fare invidia a un euro 1)
A6 | Kefiah: non ha significato politico. La si indossa perchè fa tanto op art (tanto per intenderci, il corridoio d’ingresso del Plastic).
A7 | Pins: palmarès degli eventi a cui si è partecipato. Spesso a contrasto. Onnipresenti.
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B1 | Taglio: rigorosamente dai cinesi. Costa poco, è laccatissimo e sostiene l’economia global (n.d.A. la mafia). I capelli vedono la propria vita dimezzata grazie agli stress chimici e termici che sfidano qualsiasi legge scritta e non.
B2 | Occhiali: grandi. Di plastica. Senza filtro UV. Uso notturno.
B3 | Orecchini: grandi. Ritorno al primitivismo: l’accessorio deforma e plasma il corpo. Tanzania style, citando il cubo di ‘Kubrick‘.
B4 | Sorriso sardonico: cito “che doveva dimostrare gioia nel momento in cui si offriva alla divinità la primizia – il figlio maschio primogenito – ma che nello stesso tempo esprimeva immenso dolore” (A.Vita, I Fenici alla luce degli ultimi ritrovamenti di Mozia e di Marsala, Edizioni Campo). Quello sfoggiato per passare la selezione all’ingresso, consapevoli che si rischia di star fuori nella bruma.
B5 | Tatuaggio: piccolo e dalle reminescenze infantili. Tanto per.
B6 | Scollatura: in ogni mese dell’anno. Principale causa di bronchiti allo stato cronico e di sinusiti recidive.
Vademecum per sopravvivere nella Società della Disinformazione
Novembre 14, 2008
“Non pronunciare falsa testimonianza contro il tuo prossimo”.
Deuteronomio 5,6-21
Introduzione:
le bugie hanno le gambe corte e il naso lungo
Questa consapevolezza ormai radicata nell’essere umano ha per secoli discriminato coloro affetti da nanismo, confinando questi piccoli presunti bugiardi a svolgere mansioni di servizio e di intrattenimento (spettacoli circensi, bordelli, navi o giardini). Senza nominare le nasiche: individui superdotati dal fiuto infallibile ma dalla bugia pronta, equipaggiati di appendici tapiriformi (la letteratura specializzata parla anche di probscidi legnose). Minoranze, vittime di detti popolari, superstizioni e poteri forti.
In una società impregnata di comunicazione subdola e indiscreta, dove l’informazione scorre invasiva in ogni dove, è di fondamentale importanza imparare a distinguere se una persona (sia essa reale o virtuale) con cui interagite vi stia mentendo oppure no. Le seguenti tecniche vi permetteranno di sfatare semplici credenze e di non cadere in facili pregiudizi, imparando a valutare i fatti intorno a voi con un maggiore senso critico.
Si tratta di metodologie sperimentate e usate dai maggiori esperti di sicurezza da molti anni, che si sono affiancate nel tempo a una serie di raccomandazioni. Utili per chiunque si trovi a lavorare a stretto contatto con molte persone, costituiscono un compendio pratico per prevenire frodi, bugie, tradimenti.
Nota: A volte l’ignoranza è una benedizione. Dopo aver appreso il seguente metodo, non spaventatevi se la sua applicazione potrà portare alla rottura di molti rapporti di amicizia ‘presunti tali’. La piena comprensione di essere circondati da un mondo di laidi traditori, assassini, spergiuri e sicofanti è il prezzo da pagare per la Verità.
Metodo
A. Segni del corpo
1. In modo del tutto naturale noi muoviamo il nostro corpo mentre parliamo: gesticoliamo con le mani e con le braccia, espandendo la nostra figura nello spazio dando enfasi al dato verbale. Uno che vi sta mentendo, con delle intenzioni ambigue, difficilmente si sbilancerà. I suoi movimenti saranno minimi, trattenuti.
2. Chi mente tende a evitare il contatto visivo, soprattutto prolungato per più di pochi secondi.
3. Toccarsi il viso, la gola, la bocca o il naso sono indici di irrequietezza interiore. Qualcosa non funziona nella comunicazione in corso. Non è il caso delle dita nel naso: quella è maleducazione.
B. Gestione delle emozioni
1. La gestione delle emotività, e dei gesti che la contraddistinguono, si fa incostante nell’uomo/donna ingannevole: può esprimersi come attraversata da scatti repentini o rallentata da improvvise cancellazioni di ritmo.
2. Parole-frasi-gesti, che dovrebbero essere correlati tra loro quando si comunica, sono invece scollegati in una frequenza asincrona. Es: se alle parole: “Ma è meraviglioso”, dopo che si è ricevuto un dono, passa qualche secondo prima del sorriso d’ufficio, ci troviamo di fronte a una persona profondamente cafona o terribilmente sincera.
3. In un bugiardo doppiogiochista alle prime armi l’espressività del viso è spesso limitata ai muscoli facciali della bocca. In particolare, bisogna sempre dubitare di un sorriso che non modifichi anche l’apertura delle palpebre e la tensione delle guance. Per fugare ogni dubbio, controllate le zampe di gallina: segno inequivocabile di bons temps, sana onestà e tanto sole. Chi sorride è sincero e ne va fiero. O ha un mucchio di quattrini.
C. Interazione
1. Una persona colpevole assume nell’80% dei casi un atteggiamento difensivo. Colui che è innocente si difende e si comporta in modo proattivo.
2. Un bugiardo evita lo scontro diretto con l’accusatore che lo reputa inattendibile, e spesso volta la testa o dà le spalle al suo interlocutore, rompendo il contatto frontale.
3. Chi vi sta mentendo può inconsciamente disporre, tra la sua persona e voi stessi, un oggetto che ha per le mani, come a creare una barriera, una difesa che nasconda le sue menzogne.
D. Contenuto verbale
1. Il bugiardo, per rispondervi, spesso tenderà a riciclare le parole usate da voi per formulare la domanda. Es: “Hai mangiato tu questi biscotti?” – “Ma ti pare? Non li ho mangiati io questi biscotti!”
2. I falsi cercano sempre risposte implicite e/o indirette per ribattere a una domanda scomoda. E badilate di retorica.
3. Una persona colpevole può parlare più del necessario, adducendo particolari superflui al racconto solo per convincervi della sua attendibilità al vero. A chi mente non piacciono i silenzi o le pause nella conversazione. Sbrodolare è la parola d’ordine.
4. Risposte ingannatrici sono altresì caratterizzate da un’assenza di tono specifico. Monotone. La pronuncia risulta enfatizzata quando invece si afferma il vero. Es: ‘In verità, in verità vi dico…‘
5. Chi si trova a mentire contro sua volontà, ha una pronuncia spesso impastata e un tono di voce più basso: tutto ciò rende meno chiara a volte la sintassi e la grammatica della frase, confondendo l’interlocutore.
6. L’uso prolungato di risposte umoristiche e/o sarcastiche distoglie l’attenzione dal discorso e si usa frequentemente per evitare un tema specifico o di assumersi pienamente la propria responsabilità. E’ un segno molto forte della volontà di mentire su alcuni particolari o sull’intera faccenda. Es. Giulio Andreotti, detto Belzebù
Nota per anglofoni : usare la contrazione è sintomo di maggiore veridicità: “I didn’t do it” instead of “I did not do it”.
E. Prova del 9
Se credi che qualcuno ti stia mentendo, in 9 secondi prova a cambiare il soggetto del discorso: se le tue supposizioni erano esatte, il tuo interlocutore risulterà più rilassato e ti seguirà docilmente nel repentino cambio di scena. Una persona senza nulla da nascondere, terribilmente confusa dall’illogicità della nuova piega che ha preso il discorso, vorrebbe certo delle spiegazioni.
Conclusioni
Presi singolarmente, questi segni non possono certo smascherare il presunto bugiardo che vi siede di fronte o vi stringe la mano. Se riscontrerete nelle persone intorno a voi ben più di un sintomo tra quelli sopracitati, non spaventatevi: avete solo raggiunto la piena consapevolezza che siete perfettamente soli, a fronteggiare un mondo ad alto tasso di ipocrisia. E sarà altrettanto probabile che una mattina, allo specchio, vi chiederete: “E’ una ruga, quella?” La vostra risposta sarà rassicurante: “No, quella non è una ruga!”
Così il Sole 24h on-line perseguita da giorni i suoi cari lettori: grazie a titoli fumosi, radicalmente grigi, che invadono la serenità dell’impiegatuncolo di banca e dello studente di economia, montando presagi di un futuro prossimo assai mesto. Vengono in mente le tinte cupe, dai riflessi d’ottone, del cielo sulla City, dove la sterlina non è più lo Scudo della Virtù del caro principe Filippo, ben lontani da quel mito parisienne che accompagna le stelle d’oro ai cieli bigi, indissolubili come il binomio formaggio-pere.
Lei, che incede ogni giorno con passo sempre più maestoso, rimane una delle poche certezze che abbiamo. In un continuo deja vu, la mascherata della moderna Morte Rossa si ripropone sempre allo stesso modo: un po’ come il Nulla che distrugge l’Impero di Fantàsia. Crolla un po’ tutto, polvere a non finire, tuoni, lampi, boati e qualche lupo rognoso nei paraggi su cui scagliarsi a sprangate. Nessun dittatore mediatico, nessun giornalista fazioso, nessun’opinionista strapagato è riuscito a farci bere la pillola inzuccherata per tranquillizzarci: che si nasconda sotto il manto della ‘flessibilità’, sotto le mentite spoglie del ‘carovita’ o della ‘mobilità’ (di personale, di trasporto o di transito intestinale), tutto ciò suona sempre come una litania mandata a memoria. Il precariato, che è il nostro modus vivendi, il relativismo etico imperante, il burro arricchito alle maltodestrine, il latte cinese allungato con segatura nonchè gli scioperi dei porci aviatori: dopo gli innumerevoli tiggì, repubblicani o democratici, sappiamo tutti che la Crisi è tornata. (-ma ci ha mai lasciato?-)
Si presta alle più svariate interpretazioni e incarna, da sola, i più oscuri timori degli Italiani: si va dal Colpevole Rimorso Illimitato Socievolmente Impunito al Cavaliere Rimbambito In Seducente Improvvisazione, passando per una Calvizie Recidiva d’Inizio Storicamente Incerto e una Ciste Rettale Inoperabile Senza Incisione. Senza contare la Chiesa Rapace Infattamente e Spessamente Immorale. (continuate il giochino seduti sul water, e vedrete che funziona)…
Cinque lettere per contenere tutti i mali. La versione più attuale del mito di Pandora. La scusa che ogni giorno, sui banchi italiani, evita di nascondersi dietro improbabili bugie, salvando dall’eccidio migliaia di nonne ancora in buona salute.
La CRISI. E’ un’entità impercettibile come i PM10, ingestibile come la ‘Ndrangheta milanese e dilagante come l’ottava piaga d’Egitto (vedi Schistocerca gregaria). Ricordo che da bambino, nato con il sapore anniottanta di latte UHT e glitter ancora sulle labbra (e mia madre non era una drag, ma lavorava semplicemente alla PUPA), avevo paura della Giübiana: variante brianzola della comune strega lombardo-piemontese, resa ancor più orripilante da un paio di calze rosse insanguinate. Oggi le mamme italiane, invece di ricorrere a simili baggianate, per spedire i figli malmostosi a letto ricorrono a messinscena ben più complesse, come inseguimenti alla Quentin Tarantino B-movies, pantomime di Resident Evil o simulazioni di urla di Nazgul dalla tromba delle scale. L’alternativa, nei casi impossibili, è nominare la Crisi. Perché non vorrai mica che la Crisi ci costringa a vendere la collezione dei tuoi 2750 Gormiti. Perché non vuoi che la Crisi ti porti via il nuovo Nintendo, vero?. Perché non lascerai che la Crisi ci faccia vendere la tua pochette rosa di Britney Spears, nè? (Maledettttaaaa).
Lo spauracchio, eterno flagello del risparmio degli Italiani, l’incubo mediatico senza catene: la pastoia che paralizza la nostra mano prima di estrarre il Bancomat dal portafoglio. C’è. Ma questa è solo la punta dell’iceberg che ha iniziato a formarsi nei carissimi anni ‘90.
non preoccupatevi se non funziona: c’è la Crisi.
Per accompagnare la lettura di questo articolo, LAPIS consiglia:
Weapon of Choice di Fatboy Slim, in Star 69/Weapon of Choice
Di parto si può morire.
Settembre 18, 2008
CHE cosa distingue un ottimo esecutore di sonate per piano da Chopin o un accurato ritrattista da Picasso? La risposta è: l’estro creativo. Una qualità rara. Da cosa dipende? In parte dall’ambiente in cui si cresce: genitori che sollecitano l’autonomia e l’indipendenza del figlio facilitano l’acquisizione di questa facoltà. [...] Recenti ricerche sembrano dimostrare che la differenza principale tra creativi e non-creativi è di tipo neurologico. Varie indagini hanno messo in risalto che i creativi tendono a “pensare” in prevalenza con l’emisfero destro del cervello: emisfero specializzato nell’elaborazione di rapporti spaziali, nella raffigurazione simbolica e nell’uso degli aspetti non verbali del pensiero e del comportamento. Ultimamente si è scoperto che entrano in gioco altri fattori e soprattutto un modo particolare di funzionare del cervello. [...] I creativi sembrano avere un migliore interscambio tra gli emisferi cerebrali; inoltre, questa interazione appare facilitata e regolata da una stretta collaborazione dei due lati del lobo frontale; nel lato destro verrebbero sviluppate le idee; nel sinistro queste verrebbero raffinate e riordinate. In linea con questa scoperta è anche l’osservazione del neurologo Miller e altri dell’Università di Los Angeles fatta su pazienti colpiti da “demenza fronto-temporale”. In essi il deterioramento dell’area frontale “dominante” aveva letteralmente scatenato la loro vena artistica; tuttavia, proprio perché mancava la proprietà di riorganizzazione del lobo sinistro (il linguaggio era molto degradato), solo in termini di produzione pittorica.
da Tuttoscienze n. 942, periodico di La Stampa, Mercoledì 13 Settembre 2000
” CREATIVITA’ E NEUROPSICOLOGIA: GLI ULTIMI ESPERIMENTI “ di Marco Pacori
Il processo generativo di un’idea può scegliere i canali e i mezzi più disparati, per poi attuarsi nelle circostanze più favorevoli. Recenti e autorevoli studi di linguistica, nonchè l’attività di ricerca della nostrana Accademia della Crusca, ci confermano l’uso largamente diffuso di espressioni come – cagare una fottuttissima idea - oppure – l’ho partorita io, questa idea qua!- . Simili perifrasi evocative tendono a congiungere due sfere di interesse lontane quali la nascita di un nuovo concetto e i molteplici orifizi del nostro corpo (e relative dinamiche di ‘flusso’). Entrambi i campi semantici trovano un comune denominatore nella fatica fisica: lo sforzo per produrre un’idea viene traslato nelle fitte uterine o negli spasmi sfinterici. Il sudore e la fatica sono il solo collante che sigilla i due mondi.
La tipologia professionale comunemente nota sotto il generico e scontato termine di ‘creativi’ è in prima linea nell’uso di questo lessico fiorito. Nel grande chaudron in cui trovano asilo grafici pubblicitari, industrial designer, fashion stylists e una sovrabbondanza di fancazzisti, la figura della donna ‘pregna’ incarna perfettamente lo sforzo mentale e fisico che accompagna la nascita di una qualsivoglia idea. Un periodo che varia dalla mezz’ora ai nove mesi, fino ai parti plurigemellari da pachiderma che impegnano ben oltre i 640 giorni: è impossibile determinare a priori il lasso di tempo che intercorre tra il concepimento e il parto. Essere designer significa farsi trovare pronti a vestire per sempre i panni della donna gravida . Pochissimi, tuttavia, quelli a conoscenza dei mutamenti che investono la condizione psicofisica del designer: il moderno Leonardo si trova coinvolto in un continuo ciclo di maternità e aborto, in un’esistenza coraggiosa ed estenuante, ma non priva di piaceri e momenti d’estasi, in cui si alternano poche idee meravigliose a rischio di morte precoce, spesso per scarsa perseveranza, e numerose banalità sfornate a più non posso. Solo per compiacere l’ottusità del mercato e rimpinguare il conto in banca.
Secondo recenti sondaggi worldwide, basati sui risultati di interviste ai maggiori designers attivi nel mondo, circa il 75% degli studi professionali risulta incapace di offrire un supporto adeguato e condizioni ottimali ai progettisti gestanti. Il 25% restante è composto principalmente da grandi studi internazionali dall’approccio trasversale, all’avanguardia sia nello sviluppo di prodotti e servizi nel settore IT tanto quanto nella progettazione hardware. Un ruolo positivo è ricoperto anche da alcune piccole realtà creative molto prolifiche e indipendenti.
Tra queste citiamo una piccola comunità di monaci buddisti di una valle tibetana nota a pochi eletti. Si propongono come moderni guru, esperti di interaction design e management di eventi, e hanno all’attivo spettacolari realizzazioni, tanto da aver tenuto a battesimo (sempre in senso progettuale) la spettacolare inaugurazione di Pechino 2008: gli scontri con l’Esercito cinese vanno letti, alla luce di questi fatti, come un tentativo malriuscito di contrattare sul prezzo delle commissioni richieste dai religiosi a pagamento dei loro servigi. A Cupertino invece, presso la casa madre californiana della Mela più venerata del mondo (dopo quella Mentadet), si narra dell’esistenza di un reparto speciale di ostetriche progettuali. Si conosce ben poco di queste ancelle, tenutarie dei segreti del MDCC (Mental Drived Creative Childbirth), ma il loro operato non è certo da circoscrivere alle fila di Steve Jobs. Hanno basi in più settori e in più nazioni e in molti sostengono che il miracolo Mac, seguito dall’esplosione del fatturato e dalla moda dilagante del bianco, sia direttamente riconducibile a queste silenziose ’suorine’. Tutto quel candore, quella pulizia, quella materia sopraffina modellata da mani angeliche incontaminate. Perchè si sa: un buon parto necessita delle più alte condizioni di igiene e di grande serenità.
Le Ostetriche Progettuali dell’Ordine di Santa Barbara (questo il nome della loro congregazione, trapelato da notizie interne all’azienda) hanno una struttura che rispecchia le gerarchia ecclesiastica di stampo claustrale: uno stuolo di Novizie che fa cerchio intorno ad una Madre Badessa. A livello finanziario, si autoidentificano come ONLUS, ma in molti sono a dubitare. Non mancano infatti i detrattori: i piccoli studi che non si possono permettere di pagarne i servizi le definiscono ‘puttane a progetto’. In realtà, l’esercizio quotidiano le vede protagoniste di piccole sedute di training autogeno contaminato da elementi di ascesi mistica. Lavorano a maglia 4 ore al giorno, sviluppando impressionanti capacità nel merletto e nel pizzo a tombolo, e si dedicano con assiduo impegno al canto corale. Sconfinano nel mito i resoconti di qualche progettista che è entrato in contatto con alcune sorelle dell’ordine: in particolare un designer dell’IDEO spergiura di aver avuto un orgasmo nell’attimo in cui ha disegnato la linea vincente di un nuovo mouse, mentre due Novizie intonavano un Jodel in sibemolle.
Questi esempi non hanno certo la pretesa di illustrare in modo esaustivo il complicato mondo di riti e pratiche che si sono sviluppate nell’ultimo secolo per aumentare la produttività creativa di quelle aree del nostro cervello preposte a tale scopo. Ma possono essere d’aiuto a tracciare un filo conduttore ideale, che rintracci il nesso tra progetti e innovazioni vincenti con un corretto sviluppo dell’idea grazie al MDCC : dicasi la meditazione e l’equilibrio psicofisico. A ciascuno di noi viene lasciata la libertà di ricercare metodi e luoghi congeniali all’attività creativa: dal coiffeur, per una stimolazione rigenerante del cuoio capelluto o in una sala da tè.
Fino alle dark rooms, solo per idee fottute in partenza.
Per accompagnare la lettura di questo articolo, LAPIS consiglia:
Creativity di Andy Belling, in Just kidding
I love Maths. Sometimes.
Settembre 18, 2008
EQUATION: An equation is a mathematical statement, in symbols, that two things are exactly the same (or equivalent). Equations are written with an equal sign, as in
2 + 2 = 4
(Wikipedia docet )
The action behind Design’s word can be easly comparable to an equation. Every designer should discover his/her own equation. Mine is:
TO DESIGN = [FLEX + ABILITY * (UNCONSCIOUS FLUXUS)(NEW KNOWLEDGES + MEMORY)] / [(RATIONAL BEING - LUST) - PINDARIC FLIGHTS * (PREGNANT ATTITUDE)]
Burocrazie
Agosto 22, 2008
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Benvenuti
Agosto 21, 2008





